pordenonelegge: quando un evento promuove un territorio


Scopriamo con lui le sensazioni provate dagli ospiti a Pordenone, le potenzialità turistiche della nostra terra e....

Quando tutto è cominciato, tredici anni fa, forse poche persone ci avrebbero scommesso. L’intuizione, però, si è dimostrata intelligente. Correva l’anno 2000 e la Camera di Commercio, allora guidata da Augusto Antonucci, decise che era giusto dare vita ad un evento in città che desse visibilità alla provincia di Pordenone. Erano anni in cui, se si parlava di quest’area, lo si faceva grazie alle industrie innovative, ai dati export, alle caserme o alla base Nato.

Nacque così, in sordina, la prima edizione di quella che è “pordenonelegge.it - Festa del Libro con gli autori”, sicuramente oggi, una delle manifestazioni letterarie più importanti a livello internazionale. Ed ecco la seconda chiave di volta fondamentale: l’aver legato il nome della manifestazione in modo indissolubile alla città.

Dopo due edizioni diciamo così di prova, la vera crescita della manifestazione è legata ad una terza importante intuizione della Camera di Commercio: affidarne l’organizzazione artistica a chi sul territorio operava, viveva, proponeva.
E’ il 2002 quando entra nello staff organizzativo Gian Mario Villalta. Poeta, scrittore, professore di lettere e soprattutto pordenonese.

Con lui, quindi, ripercorriamo questi anni nel corso dei quali, grazie ad una manifestazione letteraria, si sono accesi i riflettori nazionali e internazionali su questa terra facendone conoscere potenzialità turistiche forse dagli stessi pordenonesi non valorizzate.

Villalta, torniamo ai primi anni, quando proponevate a qualche autore di partecipare al festival, come cercavate di convincerlo? Cosa sapevano di Pordenone, se sapevano…
La prima domanda, prima ancora di sapere che cosa realmente chiedevamo, era sempre la stessa: “Dov’è Pordenone?”. E anche la risposta, a dire il vero, era la stessa:”Vicino a Venezia”. Era motivo di ironia, ma era anche un po’ deprimente, quando con Alberto Garlini, Valentina Gasparet, Sara Moranduzzo e Mauro Covacich abbiamo cominciato.
Oggi di quel gruppo siamo rimasti in tre (con me ci sono Alberto Garlini e Valentina Gasparet) a fare le telefonate e le e-mail, e davvero non è più così: gli scrittori, le case editrici, i giornalisti delle pagine culturali sanno dov’è Pordenone. Lo sanno in Italia e sempre di più anche all’estero.
Allora, alla svolta del millennio, qualcuno aveva sentito parlare delle Giornate del Cinema Muto, qualcuno (o più spesso un suo parente) aveva fatto il militare, qualcuno si ricordava la Zanussi, qualcuno pronunciava a denti stretti certi riferimenti a uno “stile nordest” identificato con il binomio ricchezza/egoismo.
Ma non era proprio sempre così, per fortuna. Qualcuno conosceva la Valcellina per la canoa, qualcun altro era già stato a Spilimbergo, Sacile e (a volte confondendo un po’) Portogruaro e Conegliano. Identificavano cioè l’area pordenonese con una certa approssimazione come entroterra rispetto al mare di laguna, orientandosi più verso il Veneto che verso il Friuli. E poi c’era chi conosceva Pier Paolo Pasolini e sapeva che vicino a Poredenone c’era Casarsa.

Quand’è che ha compreso che Pordenone piaceva anche perché poteva offrire delle opportunità di visita dal punto di vista turistico?
Prima di tutto dal momento in cui la città di Pordenone ha saputo, un po’ anche inaspettatamente, rivelarsi per la sua grazia e la sua capacità di accoglienza ai nostri ospiti. Sono stati loro per primi a esprimere il piacere di trovarsi qui. E poi hanno cominciato a chiedere che cosa ci fosse da vedere nei dintorni. Dapprima sule orme degli scrittori che avevano parlato di certi luoghi del pordenonese (Pasolini, Magris, Nievo) mi sono accorto che c’era una personalità, una bellezza fatta di storia e particolari significativi. E poi ho pensato anche agli scrittori della mia “generazione”, (dico “generazione” stando un po’ larghi), Corona, Covacich, Avoledo, Garlini… insomma c’era molto da dire. Però poi ho imparato anche a indirizzare l’attenzione verso luoghi forse meno raccontati, finora, ma che varrebbe davvero la pena di illustrare come meritano.

Ci racconta qualche commento sul nostro territorio fatto dagli ospiti nelle edizioni passate?
Durante i cinque giorni del festival è molto difficile portare via gli autori da Pordenone. Amano incontrarsi, rendersi l’un l’altro omaggio alle presentazioni dei libri, trovare un tavolo in un angolino da dove guardare il passaggio. A questo proposito, la prima domanda che ci fanno gli ospiti è questa: “E il resto dell’anno com’è?”. Non lo immaginano tanto brutto, il resto dell’anno, se la scrittrice irlandese Catherine Dunne aveva cominciato a dire, un po’ per cortesia e un po’ perché affascinata dall’atmosfera, che voleva cercare casa da queste parti. Affascinati dall’atmosfera, capita che ritornino volentieri, e allora magari si prendono qualche mezza giornata per guardarsi intorno. Le nostre cittadine, da Sacile a Spilimbergo, da Cordovado a San Vito al Tagliamento colpiscono molto tutti. Ma anche i luoghi selvaggi come se ne trovano in Valcellina e nei Magredi. Colpiscono molto (a dire la verità) anche il bere e il mangiare. Michael Cunningham, l’autore di Le ore, a una cert’ora affermava ad alta voce che voleva frico e grappa (in italiano) per tutta la vita.

Oggi è più facile per voi coinvolgere gli ospiti? Solo per la “fama” del festival o anche perché vogliono conoscere una parte d’Italia ancora poco conosciuta?
E’ difficile rispondere, perché se da un lato è il festival che interessa allo scrittore, d’altro lato è innegabile che un evento di questa entità crea un interesse più ampio, alimenta la curiosità, apre ad altre domande. Ma anche collega virtuosamente la storia e il presente, i luoghi e la realtà. Personalmente, per esempio, sono venuto a sapere del campo di aviazione della Comina e della sua gloriosa storia da un noto editore italiano, che è arrivato a pordenonelegge pilotando il suo monoposto. Direi proprio che, paradossalmente, aiuta prima di tutto i pordenonesi a capire quello che hanno, ad amarlo, e quindi poterlo raccontare agli altri.

Il territorio pordenonese, a suo avviso, si presta ad essere raccontato e quindi promosso, in letteratura?
Ho appena finito di esprimere un concetto semplice ma, credo, efficace: un rapporto di conoscenza e affettività vivo invita al racconto, sia alla celebrazione che alla critica. E questo è fondamentale, perché un luogo che nessuno racconta è un luogo che non esiste. In letteratura, l’area pordenonese la si sta già raccontando da un decennio abbondante, forse privilegiando certi aspetti a discapito di altri, ma intanto c’è. Ma c’è ancora molto da dire: luoghi, storia, tradizioni.

Cosa state progettando per il futuro per ulteriormente promuovere il territorio grazie a pordenonelegge?
Pordenone ha un territorio con una realtà complessa. Per questo pordenonelegge può focalizzare l’attenzione sul libro e sulla scrittura, come ho già detto, producendo un alone di interesse che va oltre il libro. In questo senso stiamo lavorando per collegarci di più e di meglio con il mondo culturale e i forti lettori di altri paesi europei, a cominciare da quelli più vicini. Già quest’anno sono annunciate delle comitive dall’Austria e dalla Slovenia. E si sa che spesso il forte lettore, oltre che essere interessato alla storia e al paesaggio, ama anche mangiare e bere bene. Chissà che prossimamente non si riescano a inventare delle “tappe” di avvicinamento (o allontanamento) legate a qualche luogo della provincia pordenonese e alle sue specialità enogastronomiche.

 


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