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Caneva

Storia di Caneva

Caneva, dal latino canaba, cantina, deposito, sorge su un’area significativa sotto il profilo archeologico e risulta abitata fin dal Neolitico, due o tre millenni prima di Cristo, da un popolo che viveva di caccia, pesca e allevamento (più tardi comparve l’agricoltura).

Della successiva presenza celtica rimane forse il nome Stevenà, per via dell’antica uscita in -acum (anno 1296: in Stevenaco), tipico dei prediali romani in territorio celtico. La presenza storica dell’uomo continua nell’area del Castello, precedentemente castelliere (1500 a.C.) e, successivamente insediamento romano, come testimonierebbe anche il toponimo “Caneva”.

Dal 1034, il Castello figura tra i possedimenti della Chiesa di Aquileia e fu concesso dall'imperatore Corrado II al Patriarca Popone per contrastare l'avanzata degli Ungari.

Dopo la sottomissione alla Serenissima, avvenuta nel 1419, venne mantenuto attivo per resistere all'assedio dei Turchi.

Dal XVII secolo, con l’introduzione della coltivazione del mais, l’allevamento del baco da seta e la conseguente produzione di tessuti e infine l’emigrazione degli abitanti verso Venezia e i centri maggiori, la sempre difficile situazione di queste terre migliorò. Si unirono a questi nuovi fattori i proventi della pesca, della produzione del carbone, delle attività estrattive (documentate fin dal ‘400) e la produzione e commercializzazione di vino.

Il Risorgimento vide un notevole contributo da parte della popolazione di Caneva e l’unità d’Italia, attesa e favorita in ogni modo, si realizzò infine nel 1866. I primi anni del Regno d’Italia non portarono però i vantaggi sperati e la gente continuò ad emigrare, soprattutto verso il Nord Europa e il Sud America. Le due guerre mondiali interruppero l’emigrazione solo temporaneamente: fu infatti proprio nel Novecento che essa raggiunse il culmine, e la tendenza si invertirà solo negli anni Settanta.

 

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